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il Dialetto
Trezzo sull’Adda ha il suo dialetto, brado e indocile alla scrittura come tutti i dialetti. Non più milanese, ancora non è bergamasco, vede così spesso convivere termini vicini alle parlate dei due capoluoghi.
L’ADDA DELLE LAVANDAIE
L’Adda delle lavandaie col «bagiul» (legno ricurvo agli estremi, che reggeva panni o secchi) e il «baralìn», su cui s’inginocchiavano in cerca della «prea» dove insaponare il bucato. Nella stessa, docile acqua che gocciolava dai remi cigolanti sugli scalmi, detti «ügaròll».
PREVISIONI DEL TEMPO
Il cielo è quello delle profezie meteorologiche contadine: «tempural bargamasch impiandéss gnaa ‘n fiasch» ma, se la pioggia minaccia da Sud, «tempural da Löt tött al munt na gôt». L’acquazzone lodigiano è insomma più generoso. Quello che spiove al tramonto, secondo i trezzesi, tornerà invece a bagnare il giorno dopo: «Quont al suu al torna indree la matina g’hemm l’acqua ai pee». Oppure, dopo aver lungo tardato, la pioggia manderà il vento come suo araldo, perché «al vent mör menga da set». Anche i santi sembrano addetti alle precipitazioni, se Sant’Anna (26 luglio) è proverbiale giorno di scrosci («San’Ona l’acqua in la piona») mentre Sant’Apollonia (9 febbraio) è detta «marcanta da nef». Sant’Agnese (17 gennaio) pare anticipi invece un po’ di primavera, visto che «a Sant’Agnes la lüsèrtula per la sces»: la lucertola cerca cioè tepore sulle siepi
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BESTIARIO TREZZESE
Dialetto trezzese a cavallo tra bergamasco e milanese si diceva. Capita così che, corrompendoli entrambi, un trezzese chiami il pipistrello tignöla o sgrignapòi. Moltiplica i vocaboli la dizione personale, se lucciola si dice gügiaroö oltre che lüsaröo. I bimbi che le inseguivano intonavano una filastrocca:
Lüsaröo vee al bass ca ta dôo ‘n cugiaa da lacc ca ta dôo ‘n cugiaa da ris salta salta in paradis.
Ne recitavano una anche quando catturavano un maggiolino, burduchètt, legandogli del filo alla zampa. Di buon auspicio erano anche due cornububò, cervi volanti, scorti in litigio; a patto però che fossero maschi. Della sventura era invece araldo il gufo, detto pôradôna (= povera donna), per il suo malinconico aspetto. Ben diversa è la parasciöla, cinciallegra che si credeva scandisse «Föra töcc» agli animali ancora in letargo. Tra gli altri uccelli scurbatt è il corvo, mentre picètt e üsalin dal frecc si alternano ad indicare il pettirosso o lo scricciolo. I bambini gareggiavano nel raggiungerne i nidi, oppure alla ricerca di saltamartin (piccole cavallette marroni) e scarpaócc, le libellule che era credenza d’inverno si mangiassero la coda. Gàtula è il millepiedi. Mentre i ramarri, detti ghess, gremivano i boschi prospicienti l’Adda. E giusto in zona Belvedere, via del Ghezzo deve quasi per certo il nome agli animaletti che infestavano quest’antico sentiero. Oltre alla volpe, cruccio dei contadini era la bènula, donnola che penetrava nel pollaio (masùm, dal francese maison) per dissanguare i polli. La si tentava con delle esche avvelenate: di solito burigiöo, piccoli roditori che rovinavano le granaglie. Ma l’astuzia dell’animale nell’evitarli era proverbiale. Dal pollaio si usciva con addosso i pispulètt, parassiti cui bastava accostare un panno bianco perché vi balzassero. A differenza del riscòo, riccio che giova ai campi, la talpa (töpa o ratt tupùm) ne guasta le colture. Ed era perciò braccata quanto il ratt nisciulìn, moscardino che rode le nocciole prima ancora che vengano bacchiate. Per impedirlo c’era chi legava al tronco rami di pungitopo. La curbisöla è l’orbettino, ritenuto a torto cieco e velenoso in un proverbio che scandisce: «Se la curbisöla la ga vadess e ‘l serpent al ga sentess, poca gent la ga saress».
Cristian Bonomi
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Le immagini sono tratte dai volumi: Rino Tinelli, Dall’Adda al Martesana. Un itinerario su acqua da Trezzo a Milano, Trezzo sull’Adda 2004. Rino Tinelli, Un saluto da Trezzo e dintorni. Un viaggio in cartolina tra Adda e Martesana, Trezzo sull’Adda 2006
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